Studio Legale Avvocato Giuseppe Briganti. Consulenza legale on-line e a distanza. Assistenza legale Pesaro - Urbino e tutta Italia

Studio Legale Avvocato Giuseppe Briganti  - consulenza e assistenza legaleL'Avv. Giuseppe Briganti è Avvocato in Urbino dal 2001 e mediatore professionista e formatore nei corsi per mediatori dal 2011. Dal 2001 cura il sito www.iusreporter.it dedicato alla ricerca giuridica sul Web e al diritto delle nuove tecnologie. Svolge attività di docenza, è autore di pubblicazioni giuridiche e collabora con riviste giuridiche
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Leggi, sentenze, articoli (Copyright foto James Steidl - Fotolia.com) Cassazione civile, sez. I, 19 dicembre 2008, n. 29774:

« ...Occorre premettere che questa Corte ha avuto occasione di chiarire che in tema di diritto d'autore, il titolo (c.d. testata) del giornale, delle riviste o di altre pubblicazioni periodiche, anche se frutto di un pensiero originale, non costituisce in sè e per sè un'opera dell'ingegno, non avendo una funzione creativa, ma esclusivamente una funzione distintiva: esso, pertanto, non è tutelato come bene autonomo, ai sensi della L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 12, ma riceve una tutela esaustiva da parte dell'art. 100, della medesima legge, nella misura in cui individui una pubblicazione, della quale rappresenta il segno distintivo (ex plurimis Cass. 16888/06; Cass. 17903/04; Cass. 1264/88; Cass. 841/72).

Proprio in ragione della natura distintiva della testata, questa Corte ha ritenuto in diverse occasioni di fare riferimento ai criteri stabiliti in tema di segni distintivi dell'impresa e dei suoi prodotti. A tale proposito, si è,ad esempio, precisato che "anche un titolo generico o meramente descrittivo può acquistare una funzione individualizzatrice se, per l'uso che di quel titolo sia stato fatto in relazione ad una certa opera, per il tempo in cui ciò si è verificato e per la notorietà che l'opera ha acquistato presso il pubblico, si determini diffusamente un fenomeno di associazione" che porta i fruitori dell'opera a collegare all'opera stessa quelle parole e quei segni, pure in sè privi di particolare originalità, dei quali il titolo si compone. (Cass. 1636/06).

Ne consegue, che "un titolo da principio dotato di una capacità distintiva debole, perchè costituto da una combinazione di parole ed altri segni grafici di significato relativamente comune, acquisti, per effetto dell'uso protratto nel tempo e del conseguente fenomeno di associazione cui dianzi si è fatto cenno, una valenza più forte" (Cass. 1636/06).

Nel caso inverso, invece, in cui la testata abbia una capacità distintiva debole, il problema della sua contraffazione va valutato tenendo conto del fatto che anche una modesta modifica apportata dalla testata concorrente potrebbe impedire pericolo di confusione tra i due segni distintivi... »



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Europa (Copyright immagine svilen001) Gli Stati membri dell'UE non possono vietare la commercializzazione delle lenti
a contatto via Internet
La salute dei consumatori deve essere tutelata con misure meno restrittive

Sentenza Corte di giustizia dell'Unione europea 02/12/2010
nella causa C-108/09
Ker-Optika bt / ÁNTSZ Dél-dunántúli Regionális Intézete

« Secondo la normativa ungherese, la commercializzazione delle lenti a contatto richiede che essa
venga effettuata in un negozio  specializzato avente una superficie minima di 18 m o un locale
separato dal laboratorio. Inoltre, nel contesto della vendita di tali prodotti, si deve ricorrere ai servizi
di un optometrista o di un medico oftalmologo qualificato in materia di lenti a contatto.

La società  ungherese Ker-Optika commercializza lenti a  contatto tramite il suo  sito Internet. Le
autorità sanitarie ungheresi le hanno vietato di proseguire tale attività in quanto, in Ungheria, questi
prodotti non potevano essere venduti via Internet.

La Ker-Optika ha impugnato il provvedimento  di divieto e il Baranya Megyei  Bíróság (tribunale
provinciale per la Baranya, Ungheria), cui è stata sottoposta la controversia,
chiede alla Corte di
giustizia se il diritto dell'Unione osti alla normativa ungherese che autorizza la commercializzazione
di lenti a contatto esclusivamente in negozi specializzati nella vendita di dispositivi medici e che ne
vieta, di conseguenza, la commercializzazione via Internet.

Nella sentenza odierna la Corte constata che il divieto, introdotto dalla normativa ungherese,
riguarda le lenti a contatto provenienti da  altri Stati  membri,  vendute per  corrispondenza e
consegnate presso il domicilio dei consumatori residenti in Ungheria. La Corte osserva che tale
divieto priva gli operatori degli altri Stati membri di una modalità particolarmente efficace di
commercializzazione di questi prodotti e, pertanto, ostacola considerevolmente il loro accesso al
mercato ungherese.
Di conseguenza, tale normativa costituisce un ostacolo alla libera circolazione
delle merci nell'Unione europea.

Quanto alla giustificazione di questa restrizione, la Corte osserva che uno Stato membro può
imporre che le lenti a contatto siano consegnate da personale qualificato in grado di fornire  al
cliente  informazioni sul  loro uso corretto e sulla loro manutenzione nonché sui rischi connessi al
loro uso.
Pertanto, riservando la consegna di lenti a contatto ai negozi di ottica che offrono i servizi
di un ottico qualificato, la normativa ungherese è atta a garantire la realizzazione dell'obiettivo di
assicurare la tutela della salute dei consumatori.

La Corte ricorda tuttavia che tali servizi possono anche essere forniti da un medico oftalmologo in
una sede diversa dai negozi di ottica. Inoltre, la Corte osserva che dette prestazioni s'impongono,
in linea di principio, soltanto all'atto della prima consegna delle lenti a contatto. Infatti, nel corso
delle successive forniture, è sufficiente  che il  cliente segnali al venditore il tipo di lenti
consegnategli durante la prima fornitura e gli comunichi eventuali variazioni della vista accertate da
un medico oftalmologo.
Oltre a ciò, le informazioni e i consigli supplementari necessari per l'utilizzo
prolungato delle lenti a contatto possono essere messi a disposizione del cliente tramite elementi
interattivi presenti nel sito Internet del fornitore o da un ottico qualificato da quest'ultimo incaricato
di dare tali informazioni a distanza.

Pertanto, la Corte dichiara che l'obiettivo di garantire la tutela della salute degli utilizzatori di lenti a
contatto  può essere raggiunto tramite misure meno restrittive di quelle risultanti dalla
normativa ungherese. Di conseguenza, il divieto di vendere lenti a  contatto via Internet non è
proporzionato all'obiettivo di tutela della sanità pubblica e deve quindi essere considerato contrario
alle norme in materia di libera circolazione delle merci
».

Fonte: comunicato stampa Corte di giustizia dell'Unione europea

02/12/2010

www.curia.europa.eu

 

Leggi il testo della sentenza (su curia.europa.eu)

 

 

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Diritto e Internet (Copyright immagine clix) Con la sentenza n. 44840 del 21/12/2010 la Corte di Cassazione ha affermato quanto segue:

« ... Motivi della decisione
II ricorso è fondato nei limiti appresso specificati.
Deve infatti ritenersi la insussistenza, nel comportamento posto
in  essere  dal ...,  del  contestato  reato  di  furto,
condividendo il Collegio il principio già espresso da questa Corte
(Sez. IV 13.11.2003 n.3449 del 2003 rv 229785) secondo cui è da
escludere  la  configurabilità  del  reato  di  furto  nel  caso di
semplice copiatura non autorizzata di  "files"  contenuti  in un
supporto  informatico altrui,  non  comportando  tale  attività  la
perdita del possesso della "res" da parte del legittimo detentore
.

Una tale interpretazione trova conferma nella  esplicita volontà
del Legislatore che nella Relazione al disegno di legge n.2733
(con il quale si è introdotta nel codice penale una disciplina di
contrasto   della   criminalità   informatica)   ha   espressamente
precisato  che  la  condotta  di  sottrazione  di  dati,  programmi,
informazioni  di  tal  genere  non  è  riconducibile  alla  norma
incriminatrice sul furto, in quanto i dati e le informazioni non
sono comprese nel concetto, pur ampio, di "cosa mobile" in essa
previsto; ed ha ritenuto altresì "non necessaria la  creazione di
una nuova ipotesi di reato osservando che la sottrazione di dati,
quando non si estenda ai supporti materiali su cui i dati sono
impressi  (nel qual caso si configura con evidenza il reato di
furto),  altro non è che una 'presa di conoscenza' di notizie,
ossia  un  fatto  intellettivo  rientrante,  se  del  caso,  nelle
previsioni concernenti la violazione dei segreti
. Ciò, ovviamente,
a parte la punibilità ad altro titolo delle condotte strumentali,
quali ad esempio,  quelle di violazione di domicilio  (art.  614
c.p.), eccetera".

Resta evidentemente preclusa, stante la intervenuta assoluzione e
l'assenza  di  ricorso  per  cassazione  da  parte  del  pubblico
ministero, ogni discussione in ordine alla possibilità di ritenere
il ... responsabile  del  reato  di  cui  all'art.  615  ter
cod.pen.
,  responsabilità che,  secondo alcune pronunce di questa
Corte, sussiste anche nel caso del soggetto che, pur avendo titolo
per accedere al sistema,  vi si introduca con la "password" di
servizio per raccogliere dati protetti per finalità estranee alle
ragioni di  istituto ed agli  scopi  sottostanti alla protezione
dell'archivio  informatico
,  dovendosi  ritenere  compresa  nella
tutela di  tale norma   non   soltanto l'accesso abusivo ad un
sistema informatico ma anche la condotta di chi vi si mantenga
contro la volontà espressa o tacita di chi ha  il diritto di
escluderlo.

Deve invece ritenersi che correttamente sia stata affermata la
responsabilità del medesimo per la violazione delle norme a tutela
di informazioni segrete e precisamente dell'art. 622 cod.pen..

... Risulta pertanto integrato il contestato reato che   consiste non
solo  nel  rivelare  il  segreto  professionale  ma  anche  nell'
impiegarlo a proprio o altrui profitto, come nella specie appunto
avvenuto,  atteso  che  i  files    acquisiti  avevano  sicuramente
contribuito a consentire al ... di formulare per la nuova
società  condizioni  più  vantaggiose  di  quelle  praticate  in
precedenza ... »

 

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Di Admin (del 13/01/2011 @ 14:35:28, in diritto*internet, linkato 2749 volte)

Diritto e Internet (Copyright immagine clix)L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, sulla base delle competenze alla medesima assegnate dal decreto legislativo 44/2010 (cosiddetto "decreto Romani"), ha approvato due regolamenti concernenti rispettivamente

- la prestazione di servizi di media audiovisivi lineari o radiofonici su altri mezzi di comunicazione elettronica (in sostanza web-TV, IPTV e mobile TV),

- la fornitura di servizi di media audiovisivi a richiesta (video on demand).

 

Web-TV e Video On Demand: Regolamento AGCOM concernente la prestazione di servizi di media audiovisivi lineari o radiofonici su altri mezzi di comunicazione elettronica - delibera n. 606/10/CONS - Leggi su IRDocumenti

Web-TV e Video On Demand: REGOLAMENTO AGCOM IN MATERIA DI FORNITURA DI SERVIZI DI MEDIA AUDIOVISIVI A RICHIESTA - Delibera n. 607/10/CONS - Leggi su IRDocumenti

 

Le FAQ dell'AGCOM: Le Web Tv in 19 FAQ

 

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Di Admin (del 09/02/2011 @ 13:05:44, in diritto*internet, linkato 2143 volte)

Ricerca giuridica sul Web (Copyright immagine clix) Il Garante privacy (newsletter 345 del 4 febbraio 2011) comunica che è stato varato il piano ispettivo per il primo semestre 2011. Nello scorso anno risultano applicate sanzioni per circa 3 milioni e 800 mila euro.

Si legge nella newsletter:

« Investigatori privati, servizi informatici (in particolare quelli forniti mediante il cosiddetto "cloud computing"), istituti bancari e carte di credito, marketing (anche via sms ed e-mail), enti previdenziali. E' su questi delicati settori e sulle modalità con le quali vengono trattati i dati personali di milioni di cittadini italiani che si concentrerà l'attività di accertamento del Garante per la privacy nei primi sei mesi dell'anno.

Il piano ispettivo appena varato prevede specifici controlli, sia nel settore pubblico che in quello privato, anche riguardo alle informazioni da fornire ai cittadini sull'uso dei loro dati personali, all'adozione delle misure di sicurezza, alla durata di conservazione dei dati, al consenso da richiedere nei casi previsti dalla legge, all'obbligo di notificazione al Garante.

Oltre 250 gli accertamenti ispettivi programmati che verranno effettuati come di consueto anche in collaborazione con le Unità Speciali della Guardia di Finanza - Nucleo Privacy. A questi accertamenti si affiancheranno quelli che si renderanno necessari in ordine a segnalazioni e reclami presentati ».



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Privacy (Copyright immagine Lublis - Fotolia.com) Come si legge nella newsletter del Garante privacy n. 346 del primo marzo 2011, il diritto alla riservatezza dei lavoratori deve essere bilanciato con la possibilità per le imprese di tutelarsi nell'ambito di eventuali procedimenti penali.

Il Garante privacy ha avuto occasione di chiarire quanto sopra decidendo sul ricorso di un dipendente, il quale chiedeva al suo ex datore di lavoro di cancellare alcune cartelle personali presenti nel computer portatile restituito dopo il licenziamento, opponendosi ad ogni ulteriore uso dei suoi dati contenuti nel PC. Nelle cartelle personali erano infatti conservate e-mail, fotografie e altra documentazione di esclusiva valenza personale.

Nel corso dell'istruttoria, la società ha però affermato che proprio in quel materiale potevano essere presenti prove della concorrenza sleale posta in essere dal dipendente insieme ad altri colleghi. L'azienda intendeva quindi mettere l'hard disk del computer, senza alterazione alcuna, a disposizione dell'autorità giudiziaria al fine di far valere i propri diritti.

Il Garante privacy, con un provvedimento di cui è stato relatore Giuseppe Chiaravalloti, si legge ancora nella newsletter, non ha accolto la richiesta avanzata dall'interessato di far cancellare i dati, ma ha deciso di inibire alla società l'accesso alle cartelle private poiché il trattamento dei dati personali estranei all'attività lavorativa avrebbe violato i principi di pertinenza e non eccedenza previsti dal Codice della privacy.

L'Autorità ha però riconosciuto il diritto dell'impresa di conservare i file del dipendente al fine di poterli eventualmente presentare come prova nell'ambito del contenzioso penale. L'acquisizione dei dati nel procedimento dovrà comunque avvenire su precisa disposizione del giudice.

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Leggi, sentenze, articoli (Copyright foto James Steidl - Fotolia.com) Corte di Cassazione, Sez. V pen., sentenza 24 febbraio 2011, n. 7155:

« [...] 3. Quanto a tale ultimo motivo può evidenziarsi, per affermarsene immediatamente l'infondatezza, un duplice ordine di considerazioni: il primo, dato dalla mancata contestazione in sede d'impugnazione, circa la ritenuta esistenza, da parte dei primo Giudice, del fumus boni iuris.

Il secondo che la "definitivamente accertata diffamatorietà" delle frasi contenute nell'articolo pubblicato su internet non è un requisito previsto dalla normativa in tema di sequestro preventivo ma soltanto dall'articolo 1 del citato R.D.Lgs. 561/46, applicabile al solo sequestro probatorio.

Invero, il R.D.Lgs. n. 561 del 1946, all'articolo 1, primo comma, nel sancire che non si può procedere a sequestro dei giornali o di qualsiasi altra pubblicazione o stampato se non in virtù di una sentenza irrevocabile dell'autorità giudiziaria, si ricollega all'articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di stampa e con riferimento al sequestro pone una garanzia negativa, rafforzata da riserva di legge specifica (recitando: "si può procedere a sequestro soltanto con atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa lo autorizzi ovvero nel caso di stampa clandestina").

Il successivo secondo comma del suddetto articolo i costituisce, a sua volta, una deroga all'enunciato divieto e di conseguenza deve essere interpretato rigorosamente: in tale ottica questa Corte ha già avuto modo di segnalare che il sequestro ivi previsto non può che essere quello probatorio, sia per ragioni storiche (essendo stata la figura del sequestro preventivo introdotta solo con il codice di rito del 1988) sia, soprattutto, perché sarebbe contraria alla logica ed alle finalità tipiche dell'istituto, volto ad impedire l'aggravamento o il protrarsi delle conseguenze della ipotizzata condotta criminosa, la previsione di un sequestro preventivo limitato a tre sole copie (v. le sentenze 24 gennaio 2006 n. 15961, 7 dicembre 2007 n. 7319 e 12 giugno 2008 n. 30611 di questa stessa Sezione).

4. Quanto al primo motivo, occorre ancora prendere le mosse dall'articolo 21 della Norma Fondamentale (ma anche in ambito sovranazionale dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo nonché dall'articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea) che tutela l'esercizio dell'attività d'informazione, le notizie di cronaca, le manifestazioni di critica, le denunce civili con qualsiasi mezzo diffuse in quanto espressione di un chiaro diritto di libertà: quello della manifestazione del proprio pensiero.

Nessun ostacolo può, quindi, sussistere nel ritenere la diffusione di un articolo giornalistico a mezzo Internet quale concreta manifestazione del proprio pensiero, che non può, quindi, trovare limitazioni se non nella corrispondente tutela di diritti di pari dignità costituzionale e nel rispetto, altresì, delle norme di legge, di grado inferiore, con le quali il legislatore disciplina in concreto l'esercizio delle attività dianzi indicate.

Il sequestro preventivo, a sua volta, allorchè cada su di un qualsiasi supporto destinato a comunicare fatti di cronaca ovvero espressioni di critica o ancora denunce su aspetti della vita civile di pubblico interesse non incide solamente sul diritto di proprietà del supporto o del mezzo di comunicazione, ma su di un diritto di libertà che ha dignità pari a quello della libertà individuale.

Occorre, quindi, che la sua imposizione sia giustificata da effettiva necessità e da adeguate ragioni, il chè si traduce, in concreto, in una valutazione della possibile riconducibilità del fatto all'area del penalmente rilevante e delle esigenze impeditive tanto serie quanto è vasta l'area della tolleranza costituzionalmente imposta per la libertà di parola.

A tal ultimo proposito si osserva come nell'impugnata ordinanza si faccia riferimento al "fumus commissi delicti", ritenuto sussistente dal Gip (v. pagina 2 della motivazione) e come il decidente abbia, poi, condiviso e fatte proprie le asserzioni in merito alla sussistenza del reato ipotizzato e del pericolo di aggravamento delle conseguenze del reato, a cagione del mantenimento in rete delle frasi oggetto del procedimento penale (v. pagina 4 della motivazione).

Essendo le suddette motivazioni logicamente espresse e correttamente ispirate ai principi penali sostanziali e processuali e non venendo neppure in contestazione la loro sussistenza ecco che, in conclusione, appare legittimo il rigetto del ricorso, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento [...] ».

 



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Di Admin (del 22/03/2011 @ 12:19:39, in diritto*internet, linkato 2536 volte)

Europa (Copyright immagine svilen001) Corte di giustizia dell'Unione europea: secondo l'avvocato generale Ján Mazák il rifiuto assoluto, da parte di una società di prodotti cosmetici, di consentire ai propri distributori francesi di vendere i propri prodotti su Internet è sproporzionato 

A tale divieto non può essere applicata l'esenzione per categoria, ma esso potrebbe - a determinate condizioni - beneficiare dell'esenzione individuale ai sensi dell'art. 81, n. 3, CE


Conclusioni dell'avvocato generale nella causa C-439/09

Nelle sue conclusioni l'avvocato generale Ján Mazák giunge in primo luogo alla conclusione che un divieto generale e assoluto di vendere su Internet nel contesto di una rete  di distribuzione selettiva, che ecceda quanto obiettivamente necessario per distribuire prodotti in maniera adeguata tenendo conto delle loro caratteristiche materiali, della loro aura e della loro immagine, ha un oggetto restrittivo della concorrenza e rientra nell'art. 81, n. 1, CE.

A questo proposito,  l'avvocato generale ritiene oggettivamente infondata l'affermazione secondo cui il divieto, nella fattispecie, sarebbe giustificato da motivi di sanità pubblica, in quanto l'uso corretto dei prodotti in questione richiederebbe il consiglio di un farmacista. Secondo l'avvocato generale, è chiaro  che i prodotti in  esame non  sono prodotti medicinali e che non esistono disposizioni che obblighino a venderli in uno spazio fisico ed esclusivamente in presenza di un laureato in farmacia.

Per quanto riguarda l'obiettivo di preservare l'immagine di lusso dei prodotti  di bellezza in questione, l'avvocato generale Mazák osserva che, in passato, la Corte di giustizia ha dichiarato che gli accordi di distribuzione  selettiva possono essere giustificati per preservare l'aura e l'immagine dei prodotti in esame.

Pur riconoscendo che i prodotti cosmetici e per l'igiene personale,  in linea  di  principio, si prestano ad un accordo di distribuzione  selettiva e che la presenza di un farmacista può migliorare l'immagine di tali prodotti, l'avvocato generale ritiene tuttavia che il giudice nazionale  debba esaminare se un divieto generale ed assoluto  di vendite su Internet sia proporzionato.

A suo avviso, dato che il produttore potrebbe imporre condizioni adeguate, ragionevoli e  non discriminatorie sulle vendite via Internet, tutelando in tal modo l'immagine dei suoi prodotti, un divieto generale e assoluto di vendite su Internet potrebbe essere proporzionato solo in circostanze realmente eccezionali.

L'avvocato generale suggerisce  che il giudice nazionale esamini se informazioni  e consigli possano essere adeguatamente forniti via Internet.

Inoltre, l'avvocato generale rileva che un divieto di vendite su Internet esclude un moderno strumento di distribuzione, che consentirebbe ai clienti che si trovano al di fuori del bacino di riferimento  di un punto di vendita fisico di acquistare tali  prodotti, il che,  insieme alla trasparenza dei prezzi che le vendite su Internet comportano, accresce la concorrenza all'interno del marchio. 

L'avvocato  generale Mazák afferma poi che, a suo parere, siffatto divieto di vendite su Internet restringe sia le vendite attive sia le vendite passive, impedendo di avvalersi di un moderno strumento di comunicazione e commercializzazione. Pertanto, esso costituisce una restrizione grave ai sensi del Regolamento sull'esenzione per categoria degli accordi verticali e, in quanto tale, non può beneficiare dell'esenzione da esso prevista.

Da ultimo, l'avvocato generale ricorda che qualsiasi accordo anticoncorrenziale che restringa la  concorrenza e sia, in linea di principio, vietato dell'art. 81,  n. 1, CE, può beneficiare, in linea  di massima, dell'esenzione stabilita  dell'art. 81, n. 3, CE

Per determinare se tale situazione si verifichi, il  giudice del rinvio deve verificare se  l'accordo in oggetto soddisfa i quattro criteri contenuti in tale disposizione: in primo luogo, esso deve contribuire a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti in oggetto o promuovere il progresso tecnico o economico; in  secondo luogo, una  congrua parte dell'utile  che ne deriva deve essere riservata ai consumatori; in terzo luogo, non deve imporre alle parti dell'accordo restrizioni non indispensabili e, in quarto luogo, non deve fornire la possibilità di eliminare la concorrenza.

Tuttavia, dato che dal fascicolo sottoposto alla Corte non risultano elementi sufficienti sul punto, l'avvocato generale Mazák ritiene che la Corte non sia in condizione di fornire al giudice del rinvio indicazioni più specifiche al riguardo.


Fonte:
http://curia.europa.eu



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Diritto e Internet (Copyright immagine clix) M. veniva ritenuto colpevole dalla Corte di Appello del reato di diffamazione, in quanto, attraverso l'utenza telefonica installata presso la propria abitazione e utilizzando il suo user-name si collegava con un sito web, inserendo stabilmente, nel forum intitolato "che si dice a (omissis)", frasi offensive dell'onore e del decoro di B.V. e della sua famiglia.

M. proponeva ricorso per cassazione sostenendo, in particolare, che la Corte di Appello non aveva tenuto conto degli accertamenti effettuati dal consulente dell'imputato, secondo cui era possibile modificare i messaggi già postati e soprattutto era impossibile attribuire con certezza un determinato messaggio a un certo utente.


La Corte di Cassazione, sez. V, con la sentenza 7 marzo 2011, n. 8824, afferma:   

« [...] i giudici di merito, con valutazioni pienamente fedeli alle risultanze processuali e improntate a evidente razionalità, sono giunti all'incontestabile dimostrazione che per l'invio del messaggio attribuito al M. è stato utilizzato il codice numerico IP (OMISSIS) , - fornito di XXXXXXXX - gestore del Forum, accessibile in internet, intitolato "che si dice a (OMISSIS) " Questo indirizzo IP è stato associato, attraverso il gestore del servizio telefonico, Wind Autostrada, alla linea telefonica (OMISSIS) , che è quella di casa M. ; il nick name utilizzato (OMISSIS) è intestato all'imputato. Lo stesso M. ha poi riconosciuto di utilizzare il sito XXXXXXX, con uno specifico username, ottenuto in abbonamento, servendosi di uno pseudonimo.

La corte, con adeguata e articolata argomentazione tecnica ha dimostrato il carattere irreale e irrazionale dell'assunto difensivo secondo cui un inverosimile personaggio si sia impegnato a trasformare un lecito messaggio del M. in uno strumento aggressivo e lesivo della reputazione delle parti civili.

L'accertamento tecnico - a cui la corte ha attribuito forza persuasiva con una articolata valutazione assolutamente incensurabile in questa sede- ha posto in luce che

a) il numero identificativo sulla rete internet mondiale è assegnato in via esclusiva ad un determinato computer connesso;

b) un altro utente delle rete, per realizzare l'intromissione modificativa,dovrebbe esattamente conoscere dettagliati particolari di tempi e modalità della connessione in cui intromettersi;

c) questo scorretto utente avrebbe dovuto compiere una complessa e difficile serie di interventi finalizzati all'eliminazione di tracce dell'irregolare intervento invasivo. La corte ha ritenuto contrario al senso comune che tanto impiego di tempo e tanto impegno tecnico siano stati profusi da questo sconosciuto per offendere i B.

La corte ha poi messo in luce - ai fini dell'identificazione del responsabile - che nella famiglia dell'imputato, il solo figlio era capace di utilizzare internet, ma non conosceva l'esistenza del "Forum", né l'username per accedervi.

L'identificazione nel M. dell'autore del messaggio offensivo è stata confermata dall'accertato movente costituito dal dissidio esistente tra questi e la famiglia B. - D.B. oltre che con lo stesso V.B. [...] ».

 

Leggi il testo completo della sentenza su dirittoeprocesso.com

 

 

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Privacy (Copyright immagine Lublis - Fotolia.com)Con provvedimento del 2 marzo 2011, il Garante privacy ha emanato le linee guida in materia di trattamento di dati personali contenuti anche in atti e documenti amministrativi, effettuato da soggetti pubblici per finalità di pubblicazione e diffusione sul web


Con riguardo all'ambito di applicazione del provvedimento, il Garante, in particolare, afferma:

« L'attuale processo di innovazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione è caratterizzato da numerose iniziative, anche legislative, volte a migliorare l'efficienza, l'efficacia e la qualità delle prestazioni e dei servizi erogati dai soggetti pubblici mediante l'incremento dell'utilizzo delle tecnologie informatiche e telematiche.

Le recenti disposizioni in materia di trasparenza e pubblicità dell'azione amministrativa e quelle sulla consultabilità degli atti prevedono in capo ai soggetti pubblici diversi obblighi di messa a disposizione delle relative informazioni da realizzare con modalità di divulgazione e ambiti di conoscenza di tipo differente, comportando, a seconda dei casi, operazioni di comunicazione oppure di diffusione di dati personali.

La disciplina sulla protezione dei dati personali regola la comunicazione e la diffusione delle informazioni personali in maniera tendenzialmente uniforme, indipendentemente dalle modalità tecniche utilizzate; ciò, sia nei casi in cui i dati personali siano resi noti mediante una pubblicazione cartacea, sia laddove tali informazioni siano messe a disposizione on line tramite una pagina web.

Le presenti "Linee guida" hanno, pertanto, lo scopo di definire un primo quadro unitario di misure e accorgimenti finalizzati a individuare opportune cautele che i soggetti pubblici sono tenuti ad applicare in relazione alle ipotesi in cui effettuano, in attuazione alle disposizioni normative vigenti, attività di comunicazione o diffusione di dati personali sui propri siti istituzionali per finalità di trasparenza, pubblicità dell'azione amministrativa, nonché di consultazione di atti su iniziativa di singoli soggetti ».


Il sommario del provvedimento:

1. Ambito di applicazione

1.1. Riscontro all'interessato in caso di accesso ai propri dati personali: non applicabilità delle presenti Linee guida

2. Premessa

2.1.Pubblicazione di dati personali sulla base di espresse previsioni normative

2.2.Pubblicazione di informazioni personali strettamente necessaria al perseguimento di finalità istituzionali

2.3.Pubblicazione di informazioni alla luce della recente riforma normativa in materia di trasparenza delle pubbliche amministrazioni

2.4.Pubblicazione di informazioni personali su richiesta dell'interessato

2.5.Sindacabilità delle scelte in ordine alla pubblicazione di dati personali

3. Trasparenza, pubblicità e consultabilità di atti e documenti: definizioni

3. 1. Trasparenza

3. 2. Pubblicità

3. 3. Consultabilità

4. Trasparenza, pubblicità e consultabilità di atti e documenti: valutazione delle tre grandi finalità perseguibili mediante la pubblicazione on line

5. Accorgimenti tecnici in relazione alle finalità perseguite

5. 1. Motori di ricerca

5. 2. Tempi proporzionati di mantenimento della diffusione dei dati

5. 3. Duplicazione massiva dei file contenenti dati personali

5. 4. Dati esatti e aggiornati

6. Fattispecie esemplificative correlate a talune specifiche ipotesi normative

A. Trasparenza

A. 1. Informazioni riferite agli addetti ad una funzione pubblica

A. 1.1. Trasparenza dell'attività delle pubbliche amministrazioni senza dati personali

A. 2. Situazione patrimoniale di titolari di cariche e incarichi pubblici

A. 3. Ruoli del personale e bollettini ufficiali

A. 4. Albo dei beneficiari di provvidenze di natura economica

B. Pubblicità degli atti amministrativi e albo pretorio on line

B. 1. Concorsi e selezioni pubbliche

B. 2. Graduatorie, elenchi professionali ed altri atti riguardanti il personale

C. Consultabilità di atti e documenti

C. 1. Elenchi del collocamento obbligatorio dei disabili


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IRDoc




A cura dell'Avvocato Giuseppe Briganti,
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